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Home | Slightly Dangerous - Capitolo 9

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Slightly Dangerous - Capitolo 9

SLIGHTLY DANGEROUS


Tutti i soggetti descritti nelle storia sono maggiorenni e comunque fittizi. I personaggi e le situazioni presenti nella fanfiction si ispirano a quelli creati da Mary Balogh, che detiene tutti i diritti sull'opera;  questa storia è stata scritta senza alcun fine di lucro e nel rispetto dei rispettivi proprietari e copyright.  

Potete leggere il prologo qui:
PROLOGO

Qui il primo capitolo:
CAPITOLO 1

Qui il secondo:
CAPITOLO 2

Qui il terzo:
CAPITOLO 3

Qui il quarto:
CAPITOLO 4

Qui il quinto:
CAPITOLO 5

Qui il sesto:
CAPITOLO 6

Qui il settimo:
CAPITOLO 7

Qui l'ottavo:
CAPITOLO 8

9


  
Elizabeth tremava. Per la paura, per il desiderio. Paura e desiderio per quell’uomo che le premeva contro il corpo forte, solido e duro. Paura e desiderio per ciò che questo significava. Paura e desiderio per la miriade di sensazioni che la invadevano e la sferzavano come vento di tempesta. Elizabeth non era mai stata sfacciata fino a qualche settimana prima, quando si era proposta così puerilmente e scioccamente a Wulfric. E ora era stanca, stanca del riserbo, della continenza, della castità, della solitudine. Ancora non credeva che il duca l’avrebbe sposata, era semplicemente impossibile, però lui la voleva, questo lo sapeva con certezza. Che la volesse per una settimana, un giorno o anche solo un’ora non le importava. Avrebbe perso la memoria, cancellato il passato e ignorato il futuro. Avrebbe vissuto quell’istante come fosse infinito, avrebbe preso quel poco che il destino le stava offrendo. L’avrebbe afferrato con le unghie e con i denti, poi l’avrebbe ingoiato e tenuto acceso dentro di sé, come la luce di una candela di fronte ad un altare.
Cielo, perché non era una donna esperta? Se lo fosse stata non sarebbe stata così spaventata e insicura su come comportarsi, su cosa fare e su come farlo. Sentiva solo la fame, un appetito violento e sconosciuto, diverso dal languore che sempre sorgeva in lei alla vista di Wulfric. Questa era una brama che consumava e la consumava, che imperiosa, esigeva soddisfazione, mettendo tutto il resto in secondo piano. Che le urlava nelle orecchie: dammi, dammi, dammi…

Le mani di Wulfric parevano essere dovunque: sul viso, sulle spalle, sui seni, sulla schiena, sui fianchi, sul sedere. Su e giù, giù e su. Non si stancavano di accarezzarla, di toccarla, di stringerla. E intanto lui le prendeva le labbra, le penetrava la bocca, le infilava un ginocchio tra le gambe. Elizabeth lo assecondava, sperando che la sua audacia lo portasse a toccarla in quel luogo innominabile e segreto che non aveva smesso di pulsare da quando aveva ricominciato a baciarla. Non aveva il coraggio di chiederglielo e sarebbe morta di vergogna se avesse dovuto compiere un gesto esplicito; ma lui la toccò, oh sì, proprio lì. Semplicemente, le mise la mano tra le cosce e la tenne ferma, come se stesse saggiando il suo calore, la dimensione e la misura della sua voglia. Poi, con estrema lentezza, cominciò a tirarle in alto l’abito e la sottogonna, come se avesse tutto il tempo del mondo. Il cotone che risaliva sulla sua pelle, centimetro dopo centimetro, era una dolce tortura, il preludio al paradiso o all’inferno, qualcuno avrebbe detto.

A Elizabeth sembrava di essere dentro una fornace, bruciava di un fuoco che cresceva e cresceva e che cercava non acqua che lo estinguesse, ma olio che lo facesse divampare ancor di più. Le dita di Wulfric si diressero al centro della sua femminilità, entrando nei suoi mutandoni senza chiedere il permesso e senza scusarsi. Dapprima la accarezzò, lieve come una piuma, avanti e indietro, ripetutamente, quindi con l’indice e il medio le divaricò leggermente le sue altre labbra. Elizabeth trattenne il respiro, piena di vergogna per ciò che lui le stava facendo e per il piacere che ne stava traendo. Il suo innato pudore e anni di severa educazione prima e di rigidi codici di comportamento poi, le intimavano di fermarsi, di togliere quella mano peccaminosa, ma una voce suadente dentro di lei le sussurrava di non essere stupida, di abbandonarsi con fiducia tra le braccia di un uomo che amava e che aveva aspettato così a lungo. Che quel tripudio di emozioni che le attraversava l’anima e le scuoteva il corpo era naturale e giusto. Quando Wulfric con un dito prese a muoversi in cerchio intorno a un punto in alto sul pube, lei sobbalzò per la potenza delle sensazioni che la colpirono come una frustata. Nel momento in cui lui si spostò all’apertura del suo sesso, il tremore di Elizabeth si fece incontrollato. Wulfric la serrò maggiormente e le mormorò all’orecchio:
─ Non temete Elizabeth, è solo un bacio. Vi bacerò con la bocca e con le mani.
─ Vostr… Wulfric, io non so cosa…
Le passò la lingua sul labbro inferiore ─ Non ha importanza che sappiate, anzi è meglio che non sappiate nulla; lasciate che vi mostri come mi fate sentire. Mi avete portato sin qui, impavida piccola donna, non ritraetevi proprio adesso.
La zittì baciandola impetuosamente e affondando contemporaneamente un dito nelle sue profondità. Una sensazione fastidiosa e piacevole al tempo stesso a cui non era preparata. Si irrigidì leggermente e Wulfric prese a baciarla con più foga, se possibile, muovendo la lingua in alto e il dito in basso ad uno stesso, magico ritmo. Dopo un iniziale sbigottimento, Elizabeth prese a seguire questo ritmo sconosciuto eppure noto, percependo il bruciore scomparire sostituito da una spirale di piacere che le risaliva dal ventre. Ah, doveva sentire più di lui, doveva sentirlo. Cominciò anche lei ad esplorarlo con le mani, passando dalla schiena ai glutei che, con coraggio estremo, afferrò vogliosa, tastandogli quella parte del  corpo che aveva sempre sognato di poter sentire ogni volta che lo aveva visto in completo da equitazione. Ora, però, non era un sogno, le sue dita gli premevano sulle natiche sode, come l’erezione di Wulfric premeva contro il suo fianco. Elizabeth si sentiva ubriaca: di vita, di amore. E non le interessava tornare sobria.

Lui gemette e le lasciò la bocca, e con la mano libera le sbottono destramente l’abito da dietro, facendole scivolare la spallina per esporle il seno. Elizabeth ringraziò la notte che la proteggeva da ciò che illuminata dal sole non avrebbe sopportato. Wulfric le prese tutto il seno in una mano sollevandolo, modellandolo, titillando il capezzolo. Elizabeth udì il proprio respiro divenire sempre più affannato, in perfetto accordo con quello di lui. I polmoni accumulavano aria come oro in un forziere, eppure non era abbastanza.

 

Wulfric sostituì le dita con la bocca e prese a leccarle e succhiarle il capezzolo. Elizabeth lanciò un piccolo grido; si sentiva un vulcano pronto ad eruttare, fiumi di lava ardente si riversavano dal seno al ventre e viceversa. Il piacere le si irradiava dal capezzolo verso il sesso, e dal sesso verso il resto del corpo, onda dopo onda, sempre più forte, sempre più veloce. Wulfric non le dava tregua, muovendo in sincrono lingua, bocca e mano. Lei era accaldata, sudata e bagnata e desiderava esserlo di più, di più, di più. Eppure la tensione la stremava, un godimento sconosciuto e irrefrenabile la stava invadendo tutta, arrivando in ogni recesso del suo corpo. Quando credeva che sarebbe impazzita e si sarebbe messa in ginocchio ad implorare nemmeno lei sapeva cosa, l’esplosione avvenne: il fiume in piena ruppe gli argini, esondò, la allagò. Una beatitudine che non assomigliava a niente che avesse mai sperimentato scese su di lei. La colpì come un fulmine in un temporale estivo, la scaldò come una coperta di lana in una fredda sera d’inverno, la fece esplodere come un ciocco troppo secco nel camino. E la fece sentire felice. Per un attimo fu assolutamente, completamente felice. Se solo avesse potuto trattenere quella gioia, l’avrebbe adorata come una reliquia.
Wulfric taceva e non si muoveva, ma Elizabeth poteva percepirne la tensione, e il suo lieve ansimare ne tradiva l’eccitazione ancora alta. Se la strinse la petto mormorando il suo nome  e carezzandole la testa ─ Elizabeth…ah, Elizabeth siete più dolce del miele…
Lei si sentiva confusa e con la testa leggera, non si sarebbe mossa da lì se non a causa di un terremoto. Voleva gustare ogni residuo di sensazione, ogni coda di emozione.
─ Elizabeth, dobbiamo rientrare, stavolta davvero. Questo giardino è fin troppo frequentato.
─ Mmm…
Le prese il volto tra i palmi e le parlò con voce decisa ─ Elizabeth Pearse, è ora che torniamo indietro, per il vostro bene e anche per il mio. Siamo di nuovo al punto di partenza, ma nel frattempo vi ho compromesso in maniera quasi irreparabile
Elizabeth diradò quella cortina di nebbia che le aveva invaso il cervello e si riscosse. Oddio, che egoista! Ma come poteva  essere stata così stupida, Wulfric si era dedicato a lei ma lui era rimasto inappagato. ─ Sì, certo avete ragione, oramai è buio pesto e siamo usciti da molto tempo. Magari ci staranno cercando. ─ Si tirò su la spallina dell’abito e si riassettò alla bell’e meglio. ─ Se vi va potreste…  sì, potreste venirmi a trovare nella mia camera, più tardi.
Wulfric le prese la mano e se la mise nell’incavo del gomito, spronandola a incamminarsi come se stessero tranquillamente e innocentemente passeggiando.
Il silenzio si prolungò fino al punto che Elizabeth pensò non l’avesse ascoltata o preferisse ignorarla. Infine, le rispose sospirando.
─ Sì Elizabeth, credo proprio che verrò a trovarvi nella vostra stanza. Questa notte è ancora lunga e sarà solo nostra. Dopo, non potrete più scappare da me. E nemmeno io scapperò da voi. Sarete mia Elizabeth, completamente, ve lo prometto.

 

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